

Avevo venticinque anni quando ho incontrato A. e non sapevo ancora che mi avrebbe cambiato la vita.
Non sono certo che fosse bella e nemmeno giurerei che fosse molto simpatica. Eppure, quando se n’è andata, ha portato con sé l’uomo che sono stato.
Spesso mi capita di pensare all’estate passata ad impacchettare le sue cose, una per una, perché non si rompessero durante il viaggio.
Avrei potuto chiederle di non partire, oppure prendere quel volo insieme a lei. Invece mi sono stretto nelle spalle, senza dire nulla.
Credevo che la distanza ed il tempo mi avrebbero aiutato a dimenticarla. È così che ho finito per sposare una donna che non amo.
Mentre facciamo l’amore, a volte, vorrei gridarglielo in faccia. Non lo vedi che della tua perfezione io non so che farmene? Invece la guardo scivolare nel sonno, una notte dopo l’altra. In silenzio.
Valentina vorrebbe un bambino, anche se non me l’ha mai detto. Magari con i suoi stessi occhi verdi. Io sono certo che un figlio non l'avrò mai.
Ho troppa paura che possa assomigliarmi.
Ho sempre pensato che esistessero due specie di dolori: uno fluido, fluorescente, come il liquido che mettono nei tubicini al neon; l'altro solido, ghiacciato, come la punta di un iceberg.
In palestra mi alleno con gli auricolari, senza mai rivolgere la parola a nessuno. Sono quasi sempre solo. Voglio essere solo.
Di notte non riesco a prendere sonno e mi rigiro nel letto, sino alle prime luci dell'alba.
Per il morbo che mi divora non esiste vaccino.
Cammino cercando di memorizzare le facce della gente ed i nomi delle vie.
Guardo la vita scorrermi addosso in bianco e nero, come se non mi appartenesse più.
Se sarà uno di quei giorni in cui il cielo di Barcellona si confonde col mare, respira forte l'odore della città. E dille che il suo sorriso fermava il tempo e riempiva lo spazio.
Passavo le mie giornate in giardino, dove c’erano sempre mille cose da fare: dividere i semi, potare le siepi, innaffiare le aiuole.
La storia che ti insegnano a scuola – piaceva ripetere al nonno – l’hanno scritta i papi ed i re per soggiogare il popolo.
Non ero sicuro di sapere che cosa intendesse dire. Così ci riflettei a lungo.
Un giorno, quando mi parve di aver capito, gli domandai: perché, allora, il popolo la storia non se la scrive da sé?
Il nonno stava rastrellando le foglie che si ammucchiavano sotto la magnolia, di fronte a casa. Si fermò di colpo, raddrizzandosi. Da sotto il berretto di panno, grosse gocce di sudore gli colavano lungo il viso.
Porque, mi niño, el pueblo no sabe escribir y no tiene memoria.
La strada che dalle montagne si snoda verso valle, in direzione di Gasteiz, è stretta e pericolosa.
L’unico servizio di trasporto pubblico è fornito da un piccolo autobus della PESA che copre, per due volte al giorno, i trenta kilometri che separano Arrasate dalla capitale di Araba.
L’autista, da vent'anni a questa parte, è un signore rubizzo, con un gran paio di baffi, che chiacchiera con i passeggeri mentre compila le ricevute di viaggio. Quasi sempre si tratta di studenti che ironizzano sulla goffaggine con cui il vecchio torpedone (noto ai più come pesaculo) arranca lungo i tornanti.
La campagna, tutt’attorno, è un groviglio intricato di pini e larici punteggiato, di tanto in tanto, dal bianco dei tradizionali baserri di pietra ollare. Sullo sfondo campeggia l’invaso artificiale di Landa, che rifornisce d’acqua tutto il bacino del Deba, e, oltre, la mole acuminata di Anboto.
Lungo la parete est del massiccio si aprono profonde fenditure e grotte che si addentrano nell’oscurità, sino alle viscere della terra.
In una di queste, per sei mesi all'anno, abita Mari, la dama del monte.
C’era infatti un tempo, nella spianata di Beasain, una contadina che volle barattare col diavolo l’anima del frutto che portava in ventre, in cambio della giovinezza eterna.
Venuto alla luce il bambino, Mari (così si chiamava la contadina) si rifiutò di farlo battezzare. Ma il marito, che era un buon cristiano, affinché suo figlio non vivesse nel peccato preparò il carro e, dopo avervi aggiogato la giovane testarda, si diresse all’eremo di Nuestra Señora de Arantzazu, dove il piccolo avrebbe potuto ricevere il sacramento.
A metà della salita che conduce al santuario, però, la donna prese ad ardere di luce verde e, dopo aver bruciato i legacci che la imprigionavano, spiccò il volo tra lingue di fuoco, gridando “mio figlio al cielo ed io, in eterno, alla terra”.
Da allora, la cima di Anboto si illumina di strani bagliori quando Mari lascia la sua casa di pietra, determinando la fine delle piogge e l’arrivo della bella stagione.
Amo tu brillo,
Reina de Anboto.
Libre
has nacido para ser, nunca serás para mi.
Alla fine è arrivato anche questo momento, mi hai detto, e il viso era scavato e pallido. Così ho pianto, perché ero solo un ragazzo e non potevo capire la morte.
Ho pianto come avevo fatto di nascosto, nel bagno, la prima volta in cui ti ho visto salire le scale con il bastone e le gambe gonfie.
Ho pianto per la vergogna di non saperti dire addio e per la fine della mia adolescenza. Perché a diciott’anni si pensa di avere il diritto di essere felici.
Poi, quando il momento è arrivato davvero, sono rimasto in giardino, sotto il tiglio, a fumare una sigaretta.
A volte mi chiedo cosa diresti di me, guardandomi. Se ti piacerebbe quel che sono diventato. Forse, almeno, sapresti dirmi dove incomincia l’autunno e dove invece finisco io.
El verano cuando te marchaste hizo mucho calor y me hubiera gustado decirte que no te fueses.
Luego pensé que todos los adíos se parecen, así que me callé.
La torre Agbár iluminaba nuestras noches, cuando iba a recogerte. Cruzabas la plaza con gafas de sol, sonriendo, y yo estaba seguro de que venías para matarme.
Hoy llevas puesto un vestido verde y la gente da media vuelta para mirarte. Yo también te miro, mientras pides un cortado. Hablas rápidamente, gesticulando. No has cambiado mucho.
¿Cómo estás? Hay días en que intento vivir, sin conseguirlo. Lo peor es que no existo, si no me miras tú.
No quiero irme, dices. Sólo quedamos tu y yo, como siempre. Llevé un año esperandote, ¿por qué no viniste?
Se derriten las estrellas y la noche. Y por primiera vez todas mis palabras son equivocadas.
Due angeli si abbracciano lungo la curva della tua schiena. Piove a dirotto sull’asfalto consumato di calle de Echegaray e le gocce rigano dolcemente il vetro appannato.
Di sotto, in Antón Martín, gli studenti si affrettano verso il conservatorio, tra le grida e gli schizzi delle automobili in transito.
Czerny, Hanon e Bach. Polverosi manuali di teoria musicale. Nessuno accarezza i tasti del pianoforte a coda e l’avorio ingiallisce, sotto la stola di feltro rosso.
Presto riapriranno i cinema all’aperto e la gente darà un paseo per il centro; che sia pioggia o metallo non fa differenza: va in scena il prologo della primavera madrilena.
Esercizi di stile nella luce tenue del pomeriggio, mordente e trillo. Acciaccature.
La nebbia avvolgeva la Casa de Campo, per giorni, stemperando colori e prospettive, mentre tu leggevi il giornale, con l’aria stralunata.
Discutevamo molto, prima di andare a dormire: en este país, tenéis pintores valiosos, pero los jueces de puta pena. Sorridevi. Por eso necesitamos buenos abogados.
Quando il tío Ramón decise di spararsi in testa, una mattina di maggio, nessuno si meravigliò molto. C’era da aspettarselo, commentò il nonno, legna verde, buona soltanto a far fumo.
A me lo zio era sempre sembrato un tipo piuttosto in gamba, con un sacco di storie da raccontare, a proposito della guerra e della montagna, che tirava fuori d’inverno, davanti al camino grande del salotto.
In particolare gli piaceva il racconto dell’aviatore sovietico (un certo Dragunov o Draganev, non ricordo bene) che si diceva avesse abbattuto più di cento apparecchi fascisti, nei cieli sopra Madrid, con uno di quei caccia russi che la gente chiamava ratas, topolini, perché erano capaci di arrivarti alle spalle, in un battito di ciglia, senza lasciarti neppure il tempo per un segno di croce.
Il giorno del funerale, a Indautxu, c’era un sole scintillante e l’aria color della tormalina. Sulla bara di legno chiaro gli amici stesero un panno giallo e l’Ikurriña, prima di accompagnarlo al cimitero, vicino alla nonna.
A quel tempo pensai che allo zio forse non sarebbe piaciuto finire sotto terra e che, se avesse potuto dir la sua, avrebbe preferito l’acqua ferruginosa della Ría. Non sapevo ancora che i vivi dimenticano in fretta.
Così, una volta seppellito, parve a tutti piuttosto naturale che del tío Ramón non si parlasse più. Solo la mamma lo scomodava, di tanto in tanto, quand’era molto arrabbiata. Finirete come mio fratello, diceva, a raccontare panzane (estupideces) al fuoco.